Arrivederci piccole donne!

Mi sono fatta tentare da un’ultima citazione letteraria, dal titolo di un romanzo di Marcela Serrano per dare il mio saluto al blog Le librerie invisibili su Style. Chi mi seguiva avrà notato la lunga assenza. La verità è che il mio blog non è morto, avendo un gemello vivo e vegeto su wordpress, ma ha riscosso qui poco successo e mi ha spinta pian piano ad annaffiarlo meno fino ad interrompere la pubblicazione.

Ringrazio la redazione di Style per la bella possibilità e ringrazio le amiche e gli amici che mi hanno seguita fin qui. Se vi va, mi farebbe molto piacere se continuaste a seguirmi su http://lelibrerieinvisibili.wordpress.com/

Io continuerò a seguirvi sicuramente qui su Style!

Un abbraccio

Giulia

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Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

Vacanze pasquali! Le aspettavate con ansia? Ve ne andate da qualche parte o state a casa in compagnia di un bel libro? A dire il vero si spera che siano belle giornate e di uscire a fare qualche passeggiata o un giro in bici, ma in caso di pomeriggi uggiosi ho pensato di consigliarvi un bel classico con cui intrattenervi un po’. Lo so cosa state pensando ” va bene tutto ma un classico in vacanza no!”, solo che io paradossalmente sono una che i mattoni li legge solo in vacanza, quando ho tanto tempo a disposizione. Per intenderci, credo di aver letto Anna Karenina in spiaggia. Ho detto tutto.

Ma non vi spaventate, il libro di cui voglio parlarvi ha una fama di pesantezza del tutto immeritata. Io l’ho appena letto e l’ho adorato. Ci ho messo un mesetto, il che è un tempo lungo per il mio standard ma tenete conto che nel mezzo leggevo pure i libri per la tesi. Il libro in questione è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Che dire? Innanzitutto, leggetelo. Se volete buttarvi su un classico questo è decisamente appetibile. Per cominciare racconta una storia vecchia, del secolo scorso ma non è un libro vecchio. Cosa rende un libro attuale? A mio parere la lingua, il modo di sentire e di raccontare le cose. Il Gattopardo narra la storia di una famiglia dell’aristocrazia siciliana, i Salina, nella fase di passaggio dal regno borbonico all’unità d’Italia. L’immagine della Sicilia, io direi del meridione in generale, è straordinaria. Ci sono riflessioni sul modo di vivere al sud che sarebbero calzanti ancora oggi. Per non parlare delle riflessioni sull’aristocrazia, in alcuni quadri sembra di vedere la nostra famigerata “casta”. Come a dire, certe cose non cambiano mai. Fabrizio Salina, l’ultimo discendente della vera dinastia del Gattopardo, è un personaggio ironico, stretto in un ruolo e in dei tempi difficili per la nobiltà, ma se la cava e riesce persino ad ispirare simpatia, almeno a me.

Sarei davvero curiosa di confrontarmi con qualcuno su questo libro. Mi è piaciuto davvero tanto. Letteratura vera come, mi duole ammettere, non ne fanno più. Che ne pensate? Scrivetemi le vostre impressioni, io questi giorni sarò fuori ma al ritorno leggerò volentieri i vostri commenti!

Vi lascio, sperando di aver suscitato la vostra curiosità, con la frase più famosa ed emblematica del libro:

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

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Barbie non abita più qui

Barbie è diventanta calva. Non so se avete seguito la questione. Negli ultimi mesi è nato un gruppo su Facebook per sostenere la richiesta fatta alla Mattel da una bambina malata di cancro: avere un Barbie che, come lei, abbia perso i capelli. La Barbie calva nelle intenzioni delle due mamme dovrebbe aiutare le bambine malate e le figlie delle donne malate ad accettare più facilmente la caduta dei capelli. La Mattel ha dovuto capitolare. Il gruppo americano ha lanciato una petizione. I suoi 150 000 fan sono pochi rispetto ai 4 milioni di fan di Barbie ma l’azienda non ha voluto rischiare accuse di insensibilità.

Ma… c’è un ma, tanto per cominciare non sarà una Barbie ma un’amica di Barbie. Non verrà distribuita, non la troveremo dunque nei negozi. Verrà inviata direttamente ai bambini calvi, tramite la Children’s Hospital Association e la National Alopecia Areata Foundation. La bambina calva americana avrà una bambola a domicilio, una che nessun altro potrà avere. Tanto per sottolineare la differenza.

E allora, mi sono trattenuta fin troppo, devo dirlo! Io Barbie l’ho sempre odiata e se possibile ora la odio ancora di più. Lancio un appello: mamme non comprate le Barbie alle vostre figlie. Metterete nelle loro mani l’immagine della perfezione irraggiungibile: Barbie è magra, bionda, fisicamente ineccepibile, ha vestiti bellissimi, casa super accessoriata, fidanzato fighissimo… insomma Barbie è un prototipo di donna che non esiste. E menomale.

Devo dire che io e mia sorella eravamo troppo avanti da piccole perchè questa cosa l’avevamo capita subito e infatti le nostre Barbie hanno fatto tutte una brutta fine: capelli tagliati, decapitate, fatte a pezzi…. Non eravamo un modello di amore nei loro confronti ma ci tengo a precisare che eravamo due bambine molto sensibili al punto da giocare sempre con tutte le nostre bambole insieme per non farle sentire escluse! Giocavamo all’orfanotrofio. Sì lo so non si può sentire :-) ma giusto per sottolineare che non eravamo due mostri. Solo che le Barbie ci stavano antipatiche, ecco tutto.

Leggendo in giro sui blog ho notato che tra le bloggers ci sono tante giovani mamme e allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto creare uno spazio nel mio blog anche per consigliare belle letture per bambini e ragazzi. Ho letto molto da piccola e ho tanti titoli da consigliare. Perciò amici indirizzate alle Librerie invisibili le mamme in cerca di consigli! Sono le benvenute.

Oggi, per restare in tema di bambole, vorrei consigliarvi il primo libro che ho letto di Bianca Pitzorno: La bambola viva. Bianca Pitzorno è una straordinaria autrice per bambini, direi prevalentemente per bambine, più per una questione di identificazione perchè le sue protagoniste sono prevalentemente femminili. La Bambola viva è un libro che consiglierei per una fascia d’età dai 6 agli 8-9 anni, è un libro breve e ci diverse figure.

Chiara e Carlotta sono due gemelle alle quali è appena nato un fratellino. La loro zia, per non farle sentire escluse regala loro un bambolotto e le bambine si divertono un mondo ad imitare la mamma. Un giorno però al parco una baby sitter distratta scambia la sua carrozzina con quella delle gemelle. Chiara e Carlotta si ritroveranno a gestire un bambino vero all’insaputa di adulti che non le prendono sul serio. Ma dove sarà il bottoncino per spegnere il bambino e farlo tornare una bambola?

Consigliato per i bambini e le bambine che stanno per diventare fratelli maggiori.

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L’Amore e l’Acciaio

Ho letto diverse recensioni di questo libro, la maggior parte poco entusiastiche. Ho dichiarato nelle mie confessioni di lettrice che non mento mai su un libro che mi è o non mi è piaciuto perciò sarò sincera e vi dirò che a me è piaciuto tantissimo. Tanto da averlo letto in un paio di giorni e tanto da ricordare ancora lo shock del finale, letto in un viaggio in treno che mi ha lasciata lì sconvolta per le restanti due ore di viaggio. Capita di entrare così in empatia con un personaggio da non poter accettare la fine impostagli dall’autore. Ma non vorrei dirvi troppo.

Sono stata piuttosto perplessa inizialmente nell’acquistare questo libro. Non mi piaceva la copertina e non mi piaceva la sintesi in quarta di copertina, mi sembrava una storia per ragazzine. Invece ad una ragazzina non lo farei leggere perchè è una storia un po’ forte, ma a mio parere non volgare come ho letto in qualche recensione. È la situazione descritta ad essere volgare e sordida e non la si può edulcorare con una lingua perbenista.

Ma andiamo per ordine. Acciaio è un romanzo di Silvia Avallone, scrittrice appena 25enne alla sua prima uscita (il che è già molto bello). L’Acciaio è anche lo scenario della storia, ambientata nei palazzoni di via Stalingrado a Piombino, casermoni popolari nati e nutriti sotto l’egida delle Acciaierie Lucchini. All’ombra dell’altoforno si consumano le vite dei personaggi come in un brulicante formicaio, nel quale regna il caos assoluto. Anna e Francesca hanno 13 anni, sono amiche del cuore e si sentono invincibili. Sono forti della loro bellezza, il mondo sembra essere ai loro piedi. Ma davanti a loro c’è un’estate che cambierà tutto, le loro vite non saranno più le stesse. Ogni tempo nel romanzo ruota attorno alla vita dell’acciaieria, attorno a quell’altoforno che non si spegne mai e che succhia vita e speranze agli abitanti di via Stalingrado. I giovani cercano di sottrarsi a quest’ombra incombente e la esorcizzano nel solo modo che conoscono: lo sballo, la droga, la delinquenza… l’amore. Gli adulti sono dei vinti, incapaci di cambiare il loro destino e quello dei loro figli, riescono solo a peggiorarlo. C’è qualcosa di bello nel libro? Sì, l’ho detto, l’Amore.

“Sorridevano, non si dicevano niente. E una aveva la bocca impiastrata di dentifricio, l’altra le labbra dischiuse e un poco screpolate. Combaciavano perfettamente.”

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Ancora dalla parte delle bambine

Trent’anni fa Elena Giannini Belotti pubblicava “Dalla parte delle bambine”, un libro che metteva in luce come l’educazione femminile fosse fortemente orientata a creare solo buone mogli e madri, non tenendo minimamente conto delle aspirazioni e inclinazioni personali di bimbe e ragazze.
A trenta anni di distanza Loredana Lipperini torna sulle orme della Belotti con il libro “Ancora dalla parte delle bambine” per vedere se  qualcosa sia cambiato nel modo in cui vengono cresciute le donne moderne e di come vengano considerate all’interno della società.

La Lipperini affronta la nostra società nelle sue dinamiche più attuali: televisione, internet, pubblicità e il quadro che se ne ricava è, se possibile, ancora più desolante di quello tracciato dalla Belotti, anzi è talora agghiacciante.

Una premessa è necessaria: questo non è un libro femminista, sempre che questa classificazione voglia ancora dire qualcosa. Non vorrei che qualcuno sbuffasse pensando “che palle ‘ste donne che continuano a lamentarsi”. La Lipperini non è una che si lagna, è una che denuncia  fatti incontestabili.

Tra i lettori del mio blog non vorrei che ci fossero differenze di genere, perciò non consiglierò mai un libro solo alle donne o solo agli uomini. Questo libro, in particolare, dovrebbero leggerlo tutti e tutti ci si ritroverebbero, perchè è semplicemente impossibile anche solo per un puro fatto statistico non essere mai incappati in una delle situazioni raccontate nel libro. Dovrebbero leggerlo i genitori e tutti coloro che hanno a che fare con l’educazione dei bambini. Cartoni animati, giocattoli, letteratura infantile, giornalini per adolescenti, moda, visti con gli occhi della Lipperini assumono le sembianze di meccanismi infernali per la costruzione delle personalità dei bambini. Nel mondo adolescenziale e adulto la televisione, la stampa, la pubblicità e internet tendono a rafforzare le contrapposizioni di genere.

“Per capire cosa sta succedendo oggi alle donne, occorre sapere cosa è successo, da qualche lustro a questa parte, alle bambine. [...] Questo libro racconta quello che le bambine guardano, comprano, leggono, vengono indotte a sognare. Non è un racconto ottimista.”

Il libro comincia idealmente con la frase con la quale si concludeva decenni fa in altro famosissimo testo, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir: “La disputa continuerà finchè gli uomini e le donne non si riconosceranno come simili”.

E su questo punto vorrei aggiungere qualcosa. Una piccola riflessione da regalare, con i vostri commenti, alla blogger di To Write Down che sta stilando, con i contributi della blogosfera, un Manifesto della Cultura. Mi sono chiesta: esiste una cultura di genere? Si può credere che ci siano una sottocultura femminile ed una maschile? A mio parere il libro della Lipperini apre gli occhi anche su questo punto. I nostri modelli culturali attuali non sono dettati esclusivamente dal mondo maschile, così come le questioni femminili non dovrebbero essere oggetto di riflessione solo per le donne. Esistono delle culture di genere ma se gli uomini e le donne, per dirla alla Beauvoir, si riconoscessero come simili queste divisioni cesserebbero di esistere. Voi che ne pensate?

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Confessioni di un lettore

 

 

Su Vanity Fair della scorsa settimana ho appreso una terribile notizia: la Chick lit è finita. Per chi non lo sapesse, ho dovuto documentarmi anch’io sul significato del termine, Chick lit è l’abbreviazione dell’inglese “chicken literature“, ossia “letteratura per pollastrelle”. Protagoniste alla moda, alla ricerca continua dell’amore e impegnate in lavori affascinanti (nel campo dell’editoria o della pubblicità), le cui avventure, professionali ma soprattutto sentimentali, vengono raccontate con tono umoristico e leggero. Il tutto in uno stile che è stato definito post-femminista, per la caratteristica di coniugare nelle eroine la ricerca dell’indipendenza con quella del principe azzurro. Il diario di Bridget Jones, I love shopping, Sex & the City, giusto per fare qualche esempio.

Ora, lasciando perdere per un attimo la credibilità di questa notizia (secondo me poca) la cosa più ridicola è che a sorpassare la Chick lit nelle vendite e a decretarne la fine sarebbero stati nientepopòdimeno che i vampiri! Twilight e derivati.

Mi è venuto un po’ da ridere a pensare a quelle che solo apparentemente sono categorie di lettori differenti: gli adolescenti e il pubblico femminile di ogni età. Evidentemente i confini non sono così netti. E dunque se già era difficile ammettere che leggevamo I love shopping o Bridget Jones, figuriamoci ora dover dire a qualcuno che non andiamo a dormire se non abbiamo scoperto come va a finire Twilight.

I vampiri? Chi iooooo? Noooo, mai letti. Il Codice da Vinci? Per carità non leggo quella roba (80 milioni di copie vendute). Sex&the City? Naaaa (“mannaggia e mò che mi leggo in spiaggia?”).

E allora forza: quali sono i nostri scheletri nell’armadio?

Avete mai rubato un libro?
Avete mai finto che un libro vi fosse piaciuto?
Avete mai finto che un libro non vi fosse piaciuto?
Qual è il libro che non ammettereste mai di aver letto?
Qual è il classico che vi ha profondamente deluso?

Qualcos’altro da dichiarare? Avanti, diciamoci quello che non abbiamo mai confessato a nessuno!

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Come eravamo

8 Marzo. Si dicono tante cose su questo giorno. Bisogna festeggiarlo. Non bisogna. Il femminismo è sorpassato. Le donne hanno avuto la parità. Volete la parità fate anche voi i lavori pesanti. Se c’è la parità perchè quando naufraga una nave prima donne e bambini? Mica siamo una minoranza da proteggere come i panda. Boicottiamo l’8 marzo. Le mimose ci fanno venire l’orticaria.

Insomma ce n’è per tutti i gusti. Cosa ne penso io di tutta questa diatriba sulla “festa della donna”? Che è una discussione perfettamente inutile. La questione non è l’8 marzo, con spogliarelli e mimose annesse. La questione è domandarsi come sta la donna oggi in Italia, e perchè no anche nel mondo. Che tanto per cominciare non è un problema solo femminile che si può affrontare un giorno all’anno, è un problema sociale sul quale ci sarebbe davvero tanto da dire. Per questo colgo l’occasione per inaugurare, solo simbolicamente l’8 marzo, uno spazio per le questioni femminili dibattute nei libri: saggi, romanzi, curiosità… Chiamerò questa rubrica “Siamo donne…” (oltre le gambe c’è di piùùùùùùù). Inizialmente pensavo di farla durare solo per il mese di marzo, poi ho pensato “perchè ammorbarci con questioni femminili intensivamente solo per un mese?” perciò ho deciso di farla diventare una rubrica fissa del blog.

Detto ciò, tanto per cominciare ho deciso di buttarla sul ridere. Oggi vi parlerò di Tutto per te Bambina di tale G. Fisher. Questo non è un libro, per vostra fortuna non lo troverete MAI in libreria. E menomale. È un pezzo di storia italica. Se fondassero un museo del femminismo io prontamente lo offrirei come reperto storico.

Nel lontano 1962 mia madre aveva 8 anni e qualche buontempone (non ricorda chi) le regalava questa perla della letteratura per l’infanzia.

La piccola Eva ha dieci anni e la sua giornata è un inferno. Da quando si alza a quando va a dormire questa bambina è circondata da adulti saccenti che hanno come missione educarla ad essere una perfetta baby casalinga. E una bambina perfetta, manco a dirlo, è una futura perfetta donna di casa, mission che si addice a tutto il genere femminile. Che Eva possa pensare qualcos’altro del proprio futuro non è neanche contemplato. La lista delle mansioni che le toccano come moglie e madre è molto lunga ed è bene che impari presto. In un giorno solo Eva impara: ad apparecchiare e sparecchiare, a pulire i vetri, a cucire vestiti per le bambole, a fare il letto, a cucinare le alici marinate, lo strudel e le cotolette, a lavorare a maglia, a servire il caffè, a stirare. Detta così in una sola giornata è già abbastanza. Ma non è tutto. Se volete essere una perfetta donna di casa non ve cavate certo con così poco. Ogni lavoro ha delle regole che vanno eseguite scrupolosamente. Giusto per rendervi conto vi riporto il brano che parla di come si fa il letto.

“Si diediero un bel daffare per rivoltare il pesante materasso. Piegarono il lenzuolo al di sotto e lo lasciarono cadere con movimento sincrono. Poi si misero ognuna al lato lungo e lo lisciarono per bene. Rimasero al medesimo posto per aggiustare il lenzuolo superiore, e ugualmente per le coperte. Nel frattempo Eva aveva legiferato: la cucitura più larga del lenzuolo deve rimanere dalla parte della testa e la più stretta verso i piedi. Quando le coltri furono sistemate aggiunse il cuscino ma prima sollevatolo tra le breccia lo battè tra le piccole palme per tentare di togliergli i nodi di lana pressata creati durante la notte.”

E avanti così per due pagine intere!

Insomma, amiche, eravamo così. Per fortuna non lo siamo più. Io la mattina tiro su alla meglio il copripiumino ed esco.

Che ne pensate? L’abbiamo fatto qualche passo in avanti?

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L’inconfondibile tristezza della torta al limone

Una fondamentale premessa: non ho letto questo libro, non ancora perlomeno. Perciò se per caso dovessi convincervi a comprarlo non prendetevela con me se non vi piace. Prometto che quando l’avrò letto farò pervenire una recensione più veritiera e me ne assumerò tutte le responsabilità.

Perchè ve ne parlo allora, vi starete chiedendo. Per raccontarvi una storia di meravigliosa creatività e spirito editoriale che ho ascoltato in un incontro alla Feltrinelli pochi giorni fa e che mi ha molto affascinata.

La recensione la prendo pari pari dal sito della casa editrice Minimum Fax.

Alla vigilia del suo nono compleanno, la timida Rose Edelstein scopre improvvisamente di avere uno strano dono: ogni volta che mangia qualcosa, il sapore che sente è quello delle emozioni provate da chi l’ha preparato, mentre lo preparava. I dolci della pasticceria dietro casa hanno un retrogusto di rabbia, il cibo della mensa scolastica sa di noia e frustrazione; ma il peggio è che le torte preparate da sua madre, una donna allegra ed energica, acquistano prima un terrificante sapore di angoscia e disperazione, e poi di senso di colpa. Rose si troverà così costretta a confrontarsi con la vita segreta della sua famiglia apparentemente normale, e con il passare degli anni scoprirà che anche il padre e il fratello – e forse, in fondo, ciascuno di noi – hanno doni misteriosi con cui affrontare il mondo.
Mescolando il realismo psicologico e la fiaba, la scrittura sensuale di Aimee Bender torna a regalarci una storia appassionante sulle sfide che ogni giorno ci pone il rapporto con le persone che amiamo.”

Ma la storia che voglio raccontarvi io è un’altra. La conoscevate Aimee Bender? Io no, e se mi hanno parlato di lei è stato per l’iniziativa incredibilmente creativa di Patrizio Zurru, un libraio cagliaritano che si è innamorato di questo libro e si è inventato una genialata per sponsorizzarlo. Pare che questo ingegnoso libraio abbia deciso di mettere la moglie ai fornelli e di farle sfornare una montagna di tortine al limone. Dopodichè ha organizzato un incontro nella sua libreria e ha servito le fette di torta sulle pagine del libro della Bender: un assaggio di dolce e un assaggio di lettura. Un genio. Pare che in pochi giorni abbia venduto più copie di questo libro di quante non se ne siano vendute in tutta la Sardegna.

Vi sarebbe piaciuta come presentazione di un libro? Spesso, lo ammetto, le presentazioni dei libri mi annoiano a morte. Ne ho seguite tante per il giornale online per cui scrivo e devo ammettere che il più delle volte il presentatore ruba tutto il tempo all’autore, si fanno domande banali, si arriva a pensare che sarebbe stato meglio starsene a casa a leggere il libro in santa pace piuttosto che sciropparsi tutte quelle chiacchiere.

Io personalmente avrei adorato qualcuno che mi parlasse di un libro offrendomi una torta al limone. O qualsiasi altra esperienza interessante che possa essere legata ad un libro. Perchè gli appassionati della lettura dovrebbero volersi barricare in libreria quando magari fuori c’è il sole? Non trovate che siano luoghi comuni quelli che ci vogliono noiosi estimatori di locali buii e polverosi? Il mercato editoriale potrebbe essere un pochino più creativo credo.

Detto ciò, io questo libro lo comprerò e spero tanto che contenga anche la ricetta della famigerata torta al limone, chè io non la so fare e mi è proprio venuta voglia.

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Anni ’20 da Oscar

Cinque statuette per The artist, cinque per Hugo Cabret, una per Midnight in Paris. Non so se ci avete caso, ma è un trionfo di film ambientati in un’epoca completamente diversa dalla nostra. Gli anni ’20 impazzano al cinema e improvvisamente piume, frange e lustrini sono diventati incredibilmente cool.

Complice una festa anni ’20 organizzata a fine anno, ammetto che anch’io mi sono molto appassionata al genere. Messi da parte i mitici ’60, improvvisamente venuti a noia con la contestazione, il ’68, woodstock, le femministe, etc. ho inaugurato una passione per i Roaring Twenties: i ruggenti anni ’20. La nascita del cinema, l’età del jazz, il charleston, le flapper girls, i cabaret. E ancora le frange, le piume, il taglio alla maschietta, le mary jane.

Microcosmi come Montmartre pullulano di artisti. In questi anni vivono a Parigi alcuni tra i più grandi artisti del secolo: Pablo Picasso, Salvador Dalì, Ernest Emingway, Amedeo Modigliani, Man Ray, Getrude Stein, Francis Scott e Zelda Fitzgerald.

Quello che oggi colpisce, credo, è la voglia di andare avanti, l’ottimismo con cui quella generazione si buttò il passato alle spalle e si tuffò nel futuro con tutta la fiducia possibile.

Se penso ad un’opera letteraria che possa celebrare adeguatamente i Twenties mi viene immediatamente in mente Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald.

Jay Gatsby è un personaggio enigmatico, circondato da un alone di leggenda. Nessuna sa davvero chi sia nè come sia diventato così ricco, ma questo non impedisce a nessuno di frequentare le sue feste. Fin dal principio della storia Gasby appare un uomo molto solo, chiuso in un senso di rivalsa e teso alla realizzazione di un sogno romantico. Ogni scelta della sua vita sino a questo momento è stata finalizzata alla realizzazione di questo sogno. Daisy Fay, la ragazza che egli ama e che gli ha giurato eterna fedeltà, durante la guerra si è sposata con un altro uomo.

Nell’illusione di poter ritrovare l’antico amore, Gatsby cerca l’incontro con Daisy accarezzando l’ideale che tutto possa essere inalterato, che ogni cosa possa riprendere esattamente dal punto in cui l’avevano lasciata qualche anno prima.

“Pretendeva nientemeno che Daisy andasse da Tom a dirgli: “Non ti ho mai amato”. Dopo che avesse cancellato quattro anni con quella frase, avrebbero potuto decidere sui passi più pratici da fare. Uno di questi consisteva nel ritornare a Louisville, dopo che Daisy fosse stata libera, e sposarsi in casa di lei come se fossero stati ancora al punto di cinque anni prima” E di fronte alle perplessità del suo interlocutore:Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può” risponde Gatsby”.

Il sogno sembra ormai non poter più sfuggirgli e Daisy alimenta questa illusione, ma il sogno e la realtà non possono riunirsi. Innocenza e ricchezza non vanno d’accordo e nello scontro finale l’una avrà la meglio sull’altra.

È significativo in fondo che la stessa vita di Francis Scott e Zelda Fitzgerald si regga in quegli anni sui medesimi equilibri precari. Sono stati definiti la coppia più rappresentativa dei Twenties. Conducono una vita frenetica tra feste, viaggi e arte. La loro parabola di felicità tuttavia è destinata al tramonto, si lasceranno e moriranno soli: lui alcoolizzato e dimenticato da tutti in un ospedale ad Hollywood nel 1940 e lei nell’incendio di una casa di riposo, dove era ricoverata per schizofrenia.

Il grande Gatsby è un capolavoro della letteratura americana e mi rendo conto di non avere i mezzi creativi per una recensione degna di questo libro. In questo caso il paragrafo finale è così ben scritto che credo non occorra aggiungere altro:

“E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia … e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.”

Ah, dimenticavo, anche The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore ha vinto un Oscar come miglior corto di animazione!

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Eternit, sentenza storica

Avrete sentito parlare nei giorni scorsi della condanna storica a 16 anni di reclusione, arrivata dopo 20 anni dall’inizio del processo, nei confronti dei manager dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato in Piemonte. A quanto pare si tratta del più importante processo sui danni dell’eternit in Italia ed anche nel mondo.

Io se devo essere sincera questo amianto non so neanche com’è. Se lo vedessi non saprei riconoscerlo. Eppure l’eternit ha condizionato la vita di migliaia di persone dagli anni ’60 alla sua uscita di scena nel 1992, anno in cui è diventato illegale in Italia.

I processi migratori legati alla produzione dell’eternit sono al centro del romanzo Ternitti di Mario Desiati.

Ternitti in dialetto salentino significa eternit: un composto di cemento e amianto che nutre (dando lavoro agli operai) e distrugge (in quanto sostanza altamente tossica e mortale). La protagonista del romanzo, Mimì Orlando,  è una ragazzina che nel 1975 si ritrova a seguire i suoi genitori in Svizzera abbandonando il suo paese nel Salento proprio per questa forma di emigrazione legata all’eternit. Nella “casa di vetro” dove trascorre la sua adolescenza, chiusa in un microcosmo di emigrati che attendono invano una fissa dimora, conosce il conterraneo Ippazio, Pati per lei, e se ne innamora.

Quello che segue è il destino di una donna che come tante incontra un codardo e deve sfidare da sola le maldicenze e le convenzioni sociali. Così la descrive Desiati:

“Mimì non era una donna da essere amata dai poeti. Era troppo umana e troppo reale per essere trasfigurata da qualche scribacchino. Non era donna che poteva consegnarsi a qualche verso. A volte nulla per una donna è più offensivo di una poesia. Questa era Mimì.”

Mimì è una donna la cui storia personale si intreccia a quella collettiva, del suo popolo di donne e uomini afflitti dalla migrazione prima e dal Male poi. Gli uomini cadono uno ad uno, come foglie, colpiti dall’asbestosi e dal mesotelioma pleurico. E si ammalano anche le donne che lavando, giorno dopo giorno, le tute da lavoro di mariti, figli, fratelli hanno ingurgitato fibre sottilissime della sostanza.

Amore, morte, povertà, fame e riscatto sono i temi di questa storia, che è una storia della Puglia, così come oggi lo è la storia della Fibronit. A Bari, io non ne avevo idea, dal 2004 c’è un comitato che combatte per riscattare le vittime dello stabilimento Fibronit in zona Japigia. Ci sono delle vittime e l’area è stata messa in sicurezza solo nel 2005.

Come ho scritto nel precedente post, la lettura di Ternitti durante la scorsa estate, mentre ero alla ricerca di un argomento per la tesi, mi ha ispirata e mi ha spinta a proporre al mio relatore il tema dell’emigrazione nella letteratura italiana dall’unità d’Italia agli ’70.

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